E proviamo a scrivere

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E’ il 3 settembre e le vacanze sono finite. La latitanza da questo blog è imperdonabile, but life sucks direbbe la nostra cara SunOfYork. Mi è venuta voglia di scrivere perché siamo appena tornati da Monaco di Baviera. Le lunghe vacanze della famiglia sono finalmente finite, non se ne poteva più, ogni giorno alzarsi e attorcigliarsi i peli dell’ombelico chiedendosi: “che facciamo oggi?” Beati i nostri amici e parenti, appena due/tre settimane strappate con i denti alla grande macchina produttiva occidentale, solo gli insegnanti stanno peggio dei TheRizzos, poveri baluardi della scuola pubblica, arrovellarsi il cervello per riempire addirittura due mesi di vacanze estive. Dannate vacanze. Siamo appena tornati da Monaco di Baviera e sono frastornato. Parcheggio la macchina sotto casa, vedo un trans abbandonato su un muretto, nascosto nella penombra, grasso e sfatto con la testa impastata ad un corpo fetente e sudato, una via di mezzo tra Jabba The Hutt e Amanda Lear, mi guarda e biascica qualcosa, gorgogliando come una cloaca ingolfata da fiumi di Heineken. Accanto a lui qualcuno aveva abbandonato un mucchio di calcinacci, residuo di qualche ristrutturazione fai da te: è il nostro parco giochi più vicino a casa che dopo le 9 diventa uno spompinatoio. Come un lampo mandato da Zeus mi si para davanti l’immagine dei piedi nudi dell’erede che correvano sui prati pubblici dei crucchi bavaresi. Che di zingari, froci, negri e altri incroci bastardi dalla dubbia appartenenza sessuale hanno fatto piazza pulita. A Monaco di Baviera, o meglio in un quartiere residenziale della periferia di Monaco abita una cara famiglia di cugini terroni espiantati per scelta e per forza nella grande patria della birra, del maiale (arrosto) e del radicalismo cattolico. Grazie alla loro ospitalità ogni tanto ci affacciamo in questo Truman Show germanico. A celebrare anche noi l’ordine, il silenzio, la coesistenza educata e pacifica con il popolo d’oltralpe. Ecco la giornata tipo.
La mattina si riemerge dal sonno quasi per caso, perché anche la mattina ritrovi quel silenzio quasi perfetto che hai lasciato la notte prima, mentre ti addormentavi nel tuo divano-letto Ikea, tutto rosso. Tuo figlio ti bacia la guancia e ti dice “ciao”. E tu vorresti rispondergli “Hai visto figlio, esistono posti dove non ti svegli di notte al suono di urla disumane che vengono dalla strada, e dove non c’è la solita testa di cazzo che butta una cassa di birra nel bidone del vetro alle 6 e mezza”, ma capisci che non è il caso di rovinare il momento con brutti pensieri. In casa dei cugini c’è un altro marmocchio coevo del frutto delle tue terga. Gli infanti fin dal primo battito di ciglia hanno allora di che giocare, capriolare e sciabolare. Questo si traduce in un sacco di tempo ritrovato, aggiunto e sputtanato, per noi poveri padri stanchi, condannati dalle vacanze. Dopo una lenta colazione che i due uomini in casa trascorrono a ravanare cose immonde nelle loro tazze, si passa ad uno strano palleggio tra sedute sul cesso ed entusiastici slanci sul modello “Beh, che facciamo?!” Ci si arrende presto alle fatalità sfinteriche e si adducono insuperabili difficoltà logistiche allo spostamento di 2 mogli, tre pargoli, e due mariti pigri. Ma alla fine c’è sempre una che dice “dai… usciamo”, basta un attimo è il turbine ha inizio… e via alla preparazione delle suppellettili, di marchingegni con ruote, di borsette sovraccariche di salviette umide, biberon e spuntini bio … “caso mai gli viene fame”, e poi maglie, magliette e maglioni, “caso mai ha freddo”…
Usciamo… e dove andiamo? In giro per la città. Con un solo passeggino e tre alieni sotto i 4 anni. Sarà divertente come la salita al Golgota. Ma il genitore è un animale incredibile. E’ un sadomasochista di professione, a cui ci si aggiunge spesso una sfiga fantozziana. Eppure miliardi di individui ci cascano in secula seculorum. Dopo 40 minuti di treni metropolitani, dopo la rinuncia al museo dei bambini, la pizzeria chiusa e un piatto di lenticchie casalingo gettato in pasto ai parassiti sotto il metro di altezza, finalmente la luce. Un Giardino della Birra con parco giochi recintato annesso. Le madri gettano la prole oltre le transenne e agguantano il loro smartphone, i padri sprofondano finalmente il naso in un litro di bionda sollevato a due mani. Ehi i bambini dove sono? si prendono a calci in faccia là vicino al trattore di legno, sotto lo sguardo inquieto di bimbi biondissimi e disciplinati. Vabbè il padre del bimbo che sanguina per primo paga il prossimo giro.
(Continua)

“Tante cose da fare e così poco tempo…”

Quando ancora eravamo in terra americana appeso al frigo con una calamita c’era un foglio rosso. Su questo foglio con una matita era stata abbozzata una sorta di tabella. Erano elenchi incolonnati. Ogni colonna conteneva delle indicazioni precise su idee e progetti che avrebbero preso corpo subito dopo il ritorno in patria. C’era un pò di tutto: da “cambiare lavoro” a “tagliare le piante nel cortile condominiale”, da “organizzare una rassegna cinematografica con annessa officina per biciclette” a “andare a vivere in un bel posto e coltivare l’orto”. Il terrore che il ritorno in patria si trasformasse in un salto nel vuoto ci attanagliava l’anima. Dovevamo (sopratutto il padre) trovare cose da fare. E cosi sono nate le liste delle idee e dei progetti. Convinti che una volta tornati avremmo condotto un’esistenza all’insegna dell’azione e dell’intraprendenza, del rinnovamento e della freschezza d’intenti.
Ma un dettaglio fondamentale ci sfuggiva: la più grande amarezza quando torni da un viaggio è scoprire lentamente che nel posto che hai lasciato non è cambiato niente o quasi. Amici e parenti hanno continuato a condurre la loro vita più o meno uguale mentre tu eri via. La tua casa, la tua via, il tuo quartiere sono identici a loro stessi e tutto si perpetua instancabilmente ogni giorno uguale. E allora tutta l’energia che hai accumulato nell’esperienza estera viene immediatamente incanalata nel grigio torrente di vite che ritrovi nella tua città dove con occhi nuovi guardi cose vecchie, abitudinarie e inevitabili. E così ti ritrovi a combattere con le innumerevoli operazioni quotidiane che lo stare al mondo ti richiede, e il tuo tempo come per un maligno sortilegio, finisce prima che tu possa dire di aver fatto qualcosa per cui valeva la pena.
C’era un tempo in cui ci credevamo destinati a fare grandi cose, quando la vita esplodeva ogni giorno in una giovinezza altèra (ma tutto sommato mite), e che sognava alla grande ed aveva la grande presunzione di possedere tutto e che tutto il mondo fosse lì a portata di mano (nella ridicola penisola salentina). Poi un giorno scopri che si è per lo più destinati a fare piccole cose ed è meglio che ogni piccola cosa sia un dono per qualcuno. Se adesso mi guardo indietro, con l’aiuto delle persone care, che abbiamo la fortuna di avere, scopro di aver costruito un cosmo piccolo piccolo dove, però, io e la mia famiglia siamo coccolati e vezzeggiati. E pazienza se là fuori c’è Milano che piove.
Quel foglio rosso è stato cestinato. I due target raggiunti sono “lavastoviglie” e “materassi nuovi”, il resto poco importa. Siamo entrati nella giostra del mercato immobiliare – tentando di comprare un’altra casa – ma ne siamo quasi usciti e adesso raccogliamo gli strascichi aspettando la botta di culo, sempre particolarmente perplessi: perché comprare casa in una città che ispira solo la fuga?
Ho guardato cosa offre il mercato del lavoro nel campo in cui il mio curriculum può valere qualche cosa e ho visto cose che voi lavoratori non avreste immaginato. Per il momento mi tengo stretto il mio posto di vice-maestro dell’asilo.
Sto facendo i quiz per il mega-concorsone italo-fantozziano per entrare nella scuola pubblica (c’è un altro posto fisso più ambito?) di cui vi propongo uno stralcio da maestro. Ma chi c’è tra i funzionari del ministero? Bartezzaghi? Ghilardi? o qualche altro enigmista? Tanto vale fare le selezioni con “I Quesiti della Susy” o con un bel cruciverba a schema libero. Provate voi a rispondere a queste: Ministero dell'enigmistica

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Viviamo in mondo strano signori e signore in cui se riconosco la relazione tra SVEDESI – SCIATORI – IMPRUDENTI e la inquadro in un diagramma di Eulero-Venn divento uno dei migliaia aspiranti professori di storia e filosofia.
Lasciamo perdere.
Abbiamo rivisto molti amici e molti ancora sono da vedere, neanche abitassero al di là della pianura padana. Ma siamo fiduciosi, anche quelli amici che vivono ad un tiro di schioppo prima o poi compariranno. Intanto il vostro affezionatissimo si è fatto una serata a pizza, birra e Risiko e non succedeva da anni e penso che non succederà più per un altro lustro. E ho vinto. Una marea gialla (le mie armate) ha inondato il planisfero. Questo grazie agli amici senza figli e sotto i 35, che per fortuna non temono di andare a letto alle 3 e poi timbrare il cartellino alle 9.
Il resto sono nuovi figli nati, sparsi per l’Italia. Una a Bologna, l’altra a Mestre, un altro a Lari (Pisa). Figli e figlie di amici vagamente persi, vagamente ritrovati, da amare sempre negli anni.
Tanto tempo fa c’erano degli amici con cui si andava in vespa. Ci si incontrava nei tiepidi pomeriggi degli ultimi strascichi di estate e si partiva più o meno senza metà per la campagna selvaggia.
Guardali adesso quegli amici. Tutti intenti a proliferare e ad abitare case che odorano di chiuso, di talco e di rape lesse. Con madri e padri incapaci a parlare che cantano le elegie del Cif Ammoniacal e dibattono sull’utilità della lavastoviglie. Ma noi siamo oltre, tra una settimana arriva la donna delle pulizie, la “serva” direbbe mia nonna, tanto per vivere ancora una volta al di sopra delle nostre possibilità.

Sapessi come è strano ritornare a Milano…


Cari tutti,
è un pezzo che non mi cimento nello scribacchiare sulla piattaforma elettronica. Viviamo strani giorni da queste parti, immersi in una vita che non era nostra fino a poco tempo fa e che adesso ci si è incollata addosso come una trappola per mosche. Il passaggio da Toronto a Milano è avvenuto apparentemente senza traumi. Tutto è ricominciato qui come sciolto da un’ibernazione tutto sommato breve. L’abitudine vince sempre sulla vita e ritrovare il consueto è appagante quanto un clistere di benzocaina. Chi scrive intanto si permette di vivere ancora senza nessun senso della realtà e ostinandosi a fare del lavoro un’occupazione accidentale, un destino implacabile da procrastinare in un lontano futuro. Nel frattempo mi cimento nella cura delle cose e degli oggetti inutili che si accumulano negli anni (tipo i libri), assaggio volentieri gli esperimenti vegani della mia amata, tengo pulita la casa dalle polveri milanesi, costruisco pseudo-giocattoli, selezionando con cura montessoriana gli oggetti con cui il pargolo interagisce sul suolo domestico (dopo che ha fatto scorpacciate di lego e macchinine nei salotti appestati di catarro dell’asilo). Mentre cerco di capire cosa fare da grande… mentre scarto come posso i 2 riti di passaggio all’età adulta della civiltà piccolo-borghese: l’acquisto di una macchina tutta tua e il lavoro fisso per tutta la vita… mentre cerco di ricominciare a vedere gente e fare cose… mentre cerco di avere un rapporto decente con la generazione precedente e con quella futura… mentre cerco col pensiero amicizie perdute nel silenzio dei mesi… il sole volge al tramonto ed è tempo di andare a riabbracciare il figlio, tornare al parco, godere del sole e aspettare domani.

Eccoci!!!

Scrivo queste righe qualche giorno prima della partenza. Sulla scia del blog canadese mi sembrava simpatico provare a mantenere questa finestra anche una volta tornati alla madre patria… tanto si sarà sempre qualche parente o amico lontano che vorrà curiosare tra le nostre vicende e guardare qualche foto.

Enjoy!

the Rizzos